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La necessità del vuoto
Subito, ad incipit di queste riflessioni sulla scultura di Giovanni
Bellettini urge un’avvertenza, una raccomandazione: attenti a ciò che appare
e non è (o, almeno, non è solo quel che sembra), alle letture troppe facili, o codificate, o
ripetute anche con ragione e quindi accettate senza più tentare scandagli ulteriori. La sua è
piuttosto una ricerca a sensi multipli e proiezioni allargate e, come tale, va affrontata.
Tante osservazioni criticamente fondate - e, direi, indispensabili - sono state proposte intorno
al lavoro dì Bellettini: l’inguaribile bisogno di ricerca (Franco Basile, 2000); la padronanza
della materia, un ‘saper agire’ che è frutto di attenzione ed esperienza (Giorgio Segato, 1997); la
declinazione del tutto personale del linguaggio astratto delle avanguardie storiche, da
Brancusi ad Arp (ancora Franco Basile); la "sensibilità geometrica tutta
particolare" (Luigi Lambertini, 1982); la capacità di ‘tenere’ l’opera e di non
perderne le suggestioni anche nel passaggio al monumentale (Arrigo Brombin, 1983).
Tutte considerazioni più che condivisibili. Ma proviamo a spingerci oltre, tentiamo di fare un
passo in più, iniziando da una riflessione che sorge immediata dall’osservazione diretta dei
suoi lavori e che ha il vantaggio di fare da apripista sulla strada dell’approfondimento:
Bellettini comincia ogni nuova opera, considerandola, trattandola, vivendola come sfida a forti
connotazioni logico-matematiche, come azzardo cartesiano, come progetto.
In altre parole, egli muove da un’idea visiva di base e la mette alla prova nell’impatto con la
materia, nel suo farsi opera, nel suo tradursi in oggetto. Ma, nella trasformazione, da progetto
a oggetto, nel passaggio dal dentro dell’artista al fuori dell’opera,
certe cose cambiano, intervengono variabili che scompaginano le certezze, nascono presenze persino intese con cui
l’autore stesso, per primo, deve fare i conti per oggettivarle, riconoscerle come altro da sè e
lasciarle andare per la loro strada.
Da tale processo ‘infedele’ e ‘inaffidabìle’ - in cui lo scultore non può ‘fidarsi’ né del progetto
visivo né del portato materico e deve sempre stare all’erta e sorvegliare con ansia partecipe ciò che
accade nei vari passaggi del farsi opera - scaturiscono forme; perché forme, è evidente, sono
queste di Bellettini, ma potremmo anche chiamarle figure, tanto forte e individuale è il
carattere di ciascuna.
Attenzione, però, queste figure mentali tradotte in scultura non sono pure
né tantomeno neutre, asettiche o indolori, dal momento che sono il frutto di
accostamenti, accoppiamenti, incastri vitali in cui ciò che nasce puro, nel processo di
contaminazione, di incontro con altro, perde di integrità per
acquistare identità e calore di vita (e questo - sia detto fra parentesi e quasi sommessamente - è ciò che
salva la ricerca di Bellettini dal risolversi in algide esercitazioni struttural-geometriche).
In tal modo i suoi slanci ascensionali si avventurano nel seducente campo delle sinestesie e si
trasformano in torri di babele alzate verso un cielo comunque irraggiungibile, canne d’organo da cui
salgono suoni che profumano come incensi, cannocchiali puntati sulle vertigini del cosmo, mani tese
nell’invocazione o congiunte nella preghiera, ferite aperte che assumono le sembianze del coltello che
le ha inferte o del bisturi che le ha curate, trivelle che scavano per raggiungere nelle profondità
celesti le sorgenti della vita. D’altronde - come suggerisce la vecchia ma sempre attraente teoria
romantico-simbolista dell’Unfùlung, o Empatia, che afferma la corrispondenza tra forme artistiche e stati
d’animo - è noto che la verticalità è metafora di tensione, è impulso musicale, è desiderio dì
spiritualità.
Affrontiamo il problema da una diversa angolazione. E vero che puntano verso il distacco dalla
compromessa fisicità del quotidiano anche i materiali ed i colori che lo scultore impiega: naturali i primi,
acciaio, marmo, legno e vetro, di cui egli rispetta ed anzi esalta il carattere di intrinseca pulizia,
l’intatta sostanza, il fascino delle superfici levigate; timbrici e squillanti i secondi, mai tonali, mai
sovrapposti o l’uno nell’altro sfumati. Tutto è a posto, dunque: forme
pulite, materiali integri, colori compatti.
E, pure, resta forte la sensazione che qualcosa sfugga agli strumenti abituali della critica, perché se
ogni componente è assunta nella sua massima purezza, proprio dall’incontro-confronto fra forma,
materia e colore, dal loro impastarsi in qualche cosa d’altro, nasce lo scarto, la suggestione del non
detto, l’affiorare di quel quid inafferrabile che interrompe la stasi, incrina l’equilibrio e ritrova il sapore della
vita.
Per insinuare il sospetto di un brivido sotto la pelle serica delle sue opere, per accentuarne la
vibrazione, lo scultore gioca su tre, fondamentali, coppie di opposti: l’alternanza pieno-vuoto, per cui
spesso ciò che conta di più non è il positivo della materia ma il suo negativo, quello spazio vuoto,
interstiziale, che all’interno della forma assume l’impalpabile consistenza di una nuova forma tutta da
esplorare; il contrasto chiuso-aperto, con strutture geometriche elementari che si aprono a ventaglio,
si moltiplicano nello spazio, si arrampicano come i gradini di una scala, ma non si chiudono mai,
lasciando comunque un varco, un’apertura a ciò che potrà venire, a quello che sta al di là della
soglia, del tempo o dello spazio non importa; il dialogo luce-ombra, con superfici in aggetto
investite da una luce trionfante, come un canto a gola spiegata, e zone interne, convesse, in cui
a dilagare è l’ombra, ora appena accennata ed ora greve d’oscurità, ma sempre trapunta di
riflessi e mormorii.
La luce è a tal punto importante per lo scultore che all’analisi della sua magia egli dedica la
recente serie dei Vetri, sculture come ziqqurat di cristallo, trapezi prismatici in cui è il gioco delle
trasparenze a tenere campo, mentre la luce si moltiplica in mille riflessi e crea - sulle pareti, sul
soffitto, all’interno della scultura stessa - forme virtuali a spigoli vivi in cui lo spaziosi riproduce
e inventa nuove geometrie, in un gioco di specchi che non ha bisogno neppure della
superficie riflettente per generare l’immagine.
Bellettini lavora dunque sull’ars combinatoria - di forme, e materie, e colori - e si basa su
elementi certi ma di esito impregiudicato. Segue, in altre parole, la strada che ha appreso in
campo scientifico e che gli anglosassoni chiamano Serendipity la possibilità o la fortuna di
giungere del tutto casualmente, e mentre si sta cercando altro, a inattese e felici scoperte. Nella sua
opera si incontrano molte di queste felici scoperte - in particolare nelle sculture da interno,
ricche di echi, risonanze, possibilità altre, come se fossero soglie attraverso cui intra-vedere
spicchi diversi dei reale - mentre le sue strutture di maggiori dimensioni, nell’atelier come a cielo
aperto, si confrontano direttamente con lo spazio, lo chiamano, se ne nutrono: perché per loro
questo spazio che le circonda, le penetra, le trapassa, è come l’aria per i polmoni umani. E
respiro.
In questo senso, nel lavoro di Bellettini non c’è differenza tra sculture da interno e sculture da
esterno. Nella sua opera il vuoto (dimensione multipla, che nella sua stessa grafia coniuga il
senso dell’aperto, come la “u”, e del chiuso come le “o”) e lo spazio (nel suo significato
originario di “essere aperto”) giungono a coincidere, per il semplice fatto che sia la porzione
di vuoto, figura virtuale che sì crea all’interno delle forme piene, sia lo spazio che abbraccia
tutte le sculture - le più grandi come le più piccole - rispondono allo stesso bisogno di
libertà, alla necessità di una certezza: che resti intatta per le forme la possibilità dinamica
della trasformazione.
Marilena Pasquali |