Giovanni Bellettini, cosa si scrive di lui...

| Ormai il nostro occhio ha imparato a distinguere le forme nitide ed
eleganti delle opere di Giovanni Bellettini vedendole affiorare nelle piazze e
nei giardini del paesaggio urbano che ci circonda. Questo artista ha trovato una sua dimensione spaziale e percettiva navigando tra Scilla e Cariddi: se da una parte ha avuto il coraggio di rinunciare a rassicuranti riferimenti naturalistici e descrittivi, dall’altra ha evitato di cadere nel magma confuso ed ipertrofico di una produzione seriale di massa che vede artisti, architetti, designer, computergrafici e sciamani vari pestarsi i piedi nel tentativo di sbancare il tavolo delle arti visive. Attraverso una ricerca personale e rigorosa, consapevole del fatto che il labor limae è indispensabile per acquisire un’autonoma sintassi compositiva e che solo una paziente tensione introspettiva può difendere dalle tentazioni imitative, Bellettini ha saputo dare alle sue creazioni tridimensionali dignità formale ed una forte caratterizzazione iconica. Non ci sono praticamente limiti nella scelta delle materie per la scultura e di questo Bellettini è perfettamente cosciente sia quando le mette in valore partendo dalla loro consistenza plastica, sia quando si prefigge di scoprirne la qualità intrinseca eliminando la zavorra inutile del peso e della pura quantità. Questo approccio estetico non enfatizza la materia come elemento informe, «naturale» in quanto non ancora segnato dalla presenza (... troppi ciottoli, rami e detriti povero-informali hanno ingombrato musei e gallerie) ma presuppone una capacità progettuale molto elevata ed una notevole responsabilità esecutiva. Lo sguardo rigoroso dell’artista individua delle forme e le fa emergere dall’ambiente circostante assumendo precisi orientamenti volumetrici e indagando il rapporto tra oggetto scultoreo e spazio. Jean Arp ha scritto: «Noi non vogliamo copiare la natura, non vogliamo riprodurre, noi vogliamo produrre». In questo senso la produzione di Bellettini merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione. Walter Galavotti, Assessore Cultura del Comune di Imola Il sentimento dello spazio Nell’osservare i progetti fantastici di Giovanni Bellettini sorge
spontaneo un riferimento ad Alexandr Archipenko, secondo il quale nell’opera
d’arte c’è un elemento cardinale, puramente creativo, che deve essere
inevitabilmente presente: e cioè il simbolismo dell’oggetto che in realtà è l’astratto
della materia. Leggere gli elementi tattili deve quindi essere come misurarsi
con le proprie incognite, e le incognite sono ombre che si fanno riflesso di
verità negate: i vuoti e i pieni, il nulla e la realtà. Che cosa è l’ammiccare
elusivo di un sentimento se non la propaggine astratta dell’esistente?
Dinanzi alle opere di Giovanni Bellettini il pensiero corre simile a una impalpabile sensazione di qualcosa che
rivendica la paternità che la origina. Convogliando nello spazio l’immaginazione formale, l’artista delinea
moduli che dal senso arcaicizzante di lontane scritture passa ad un rigore
limpido e pulito, fino a giungere a geometrie eleganti, quasi un disegno che
poggia nell’aria. Le sue sculture sono resoconti di viaggi nell’immaginario,
sono nuove costruzioni, simboli di quanto rimane del blocco originario, sogni che si spingono verso l’alto: sono la registrazione di impercettibili
fenomeni che nell’atto creativo si fanno conquista delle strutture ideali che
sostengono le cose al di là delle apparenze oggettive, esito di quel
simbolismo dell’oggetto di cui parlava il grande sperimentatore russo. C’è un senso dello spazio nelle composizioni dell’artista imolese, ma
c'è pure il racconto del tempo, proprio come pagine dove si legge il
passaggio del proprio essere. Sono trascorsi molti anni dalle indicazioni
naturalistiche che Bellettini aveva colto e annotato indagando la produzione di
artisti delle avanguardie storiche. Il confronto tra Bellettini e la materia è costante: la magica sostanza del legno, la sua levigatezza ed anche le sue scabrosità sono elementi ispiratori che negli ultimi tempi lo hanno portato alla realizzazione di strutture policrome la cui verticalità viene accentuata da listelli interconnessi con severo impegno esecutivo. Lavora anche la pietra, come ricordano le tante partecipazioni a simposi durante i quali ha avuto modo di esprimersi su blocchi monumentali. Poi c’è il metallo da cui ricava «trasparenze» grazie a lamine che nel disegno costruttivo offrono un’accorta segmentazione, oppure composizioni in acciaio su cui la luce riverbera forme circostanti in un’alternanza di toni fantastici ed essenze del reale. Proprio come avviene nello studio, che è un contenitore di memorie messo perennemente a raffronto con progetti impaginati in termini di dinamica geometrico-spaziale, ossia con gli esiti di un essere che dal superamento del naturale tende a un ideale creativo che superi sempre il visibile. Uomo di cultura e aggiornato sugli sviluppi dell’arte, Bellettini non
indugia nei riferimenti e nelle citazioni. Disdegna le parentele e se
qualcuno gli chiede quale scultore ami maggiormente, o senta più prossimo al suo
ideale, risponde con un nome che pronuncia a mo’ di provocazione: «Michelangelo», dice tagliando corto, anche per far capire il valore che
attribuisce alla capacità creativa e alla sapienza manuale. Oggi si sa non è
tempo di mimesi, la realtà deve essere interpretata, occorre andare al di là
dell’iconico e di tutto ciò che vi sta davanti. E' una memorabile ovvietà
sostenere che per molti la fuga dal reale e dalla qualità sia una scusa: astrattismo e informale sono alibi formidabili per tanti mistificatori che
contrabbandano scialbi tentennamenti plastici e pittorici per nuove
espressioni del vissuto artistico. Ma occhio ed esperienza sono in grado di definire il
valore delle cose, e perciò stabilire fin dove arriva l’insipienza e dove invece si
possa fare poesia anche con un semplice tratto di colore. Comunque sia, l’artista imolese non ama correre rischi, non si affida cioè al caso.
L'azzardo gestuale è estraneo alla sua mente, così come non si affida totalmente
all’andamento sinuoso di un pezzo di legno o al disegno di un sasso. Nel cuore di Imola i vicoli sono venuzze che sembrano incipriate dal vermiglio dei mattoni. Gli avvenimenti principali si vivono in un coagulo dove gli slarghi si prestano all’occhio come contrappunti sassosi della memoria. Scorrono le auto, la gente si ferma agli angoli delle strade, ma tutto sembra spegnersi alle spalle dei vecchi edifici e lungo le straduzze che tagliano il disegno urbano simili a profonde ferite. L’atelier di Bellettini è in un punto tranquillo, i locali sono ampi e conservano parte di un passato secolare che, nel nostro caso, si riassume nella parola cucina. In altri termini, Bellettini si è sistemato nel vecchio seminario, un imponente edificio oggi destinato a compiti meno elevati, comunque utili tipo uffici della Previdenza sociale. Sono spaziosi gli ambienti dove una volta si cucinava, una scritta un po’ sbiadita ricorda la sua remota funzione, niente di più, se non il senso del tempo che ha inciso la propria voce nei colonnati e nei fogli di intonaco che si staccano come presi da una svogliatezza autunnale. Qui l’artista dialoga con le cose e con ciò che è stato. La famosa congiunzione tra passato e presente vissuta non solo attraverso le memorie e le considerazioni sulla realtà, ma proprio in un confronto che l’artista traduce con quelle sue particolari costruzioni, quelle nuove realtà che conservano sempre l’idea di un nuovo inizio. Lo studio è una galleria del tempo dove l’artista si misura con la materia e con tutto ciò che offre la possibilità di nuove misure. Cuspidi marmoree, stele dagli accenti arcaici e evocatrici di slanci verso l’assoluto, sinuose costruzioni, strutture sobrie e leggere: opere e bozzetti formano un paesaggio tra le pietre del vecchio edificio. C’è il lavoro di decenni in tutto questo, un lungo racconto che è lo specchio di una vocazione. Corre l’occhio da un punto all’altro mentre dal finestrone la luce si associa alla geometria dell’inferriata, quasi un riflesso — o un’anticipazione — di un lavoro da realizzarsi in un gioco di linee-forma. La relazione degli oggetti fra loro e con lo spazio circostante denota uno stato d’attesa che l’artista soppesa fino alla formulazione di un rinnovato inizio. I risultati più recenti sono un po’ il riepilogo di tutto ciò che negli anni lo scultore ha visto, sentito e analizzato. Ne sono un esempio le costruzioni piramidali dagli acuti slanci, forme essenziali che sfociano in una disciplinata armonia, soprattutto legno con innestati fili d’ottone o assemblati in geometrie dal ritmo essenziale. Il gusto della sperimentazione sembra assaporarlo maggiormente qui, in un ambiente dove il carico della storia e il lontano paesaggio degli uomini trovano felice rispondenza in esiti creativi scarsamente imparentati con la grammatica del passato. Eppure è proprio dalla memoria che l’artista trova slanci verso sommità immaginifiche, fino alla concezione di opere come sintesi di immagini naturali e geometriche, e quindi un’idea sempre più approfondita dell’essenzialità delle linee e della struttura della materia. C’è dunque il resoconto di una vita nello studio, dove si staglia un bancone da lavoro con inglobato una morsa carica di anni, dove appaiono attrezzi di vario genere tra cui una sgorbia, dove gli echi di giorni remoti si incrociano a voci post-moderne, quindi un mondo poliverso in cui le opere rappresentano l’esito di tanti tracciati, da quelli ancora legati al dato oggettivo fino a quelli più immediati, riflessi in verticale di pensieri, opere dove la luce dell’immaginazione è una costante. Franco Basile Un’idea di natura, e non solo quale eco o sensazione, si unisce
intimamente allo studio della forma e ciò con una sensibilità geometrica tutta particolare. Sono questi i termini, quasi i poli
dialettici, che caratterizzano con una loro dinamica interiore le sculture di Giovanni Bellettini, sculture — è giusto porlo subito
nel dovuto risalto — frutto di una puntigliosa meditazione e di un continuo
affinamento. Il che va considerato sotto diversi aspetti. Luigi Lambertini La purezza delle forme plastiche, il lindore delle loro superfici,
l’eleganza con cui si guadagnano lo spazio e con esso si pongono in imperturbabile, ma non statico, equilibrio, traggono
origine dalla sostanza umana del loro autore, la cui onestà emotiva ed intellettuale noi che gli siamo amici conosciamo fuori da
ogni ombra di sospetto. Arrigo Brombin Giovanni Bellettini, artista imolese che si esprime
con un linguaggio secco e forbito, anche se tenero per le intuizioni che suscita. Certe asperità del legno - per quanto aguzzo
- alcune curvature e sfericità nella composizione tendono evidentemente a conferire alla composizione un senso
musicale: una ritmica pura e nello stesso tempo audace. Anche perché Bellettini
affronta senza impaccio la materia più ardua e pronta alle sorprese — il sasso — dal quale sa trarre morbidezze di colore che
neppure il quadro riesce a raggiungere con tanta coerenza e continuità. L’affusolato delle forme ribadisce
quanto affermiamo da molto tempo su queste colonne: la lezione di Jean Arp è
certamente superata, ma i suoi sviluppi sono molteplici e non si può non tenerne conto. E lo sviluppo ha il pregio di ricondurre
però a considerazioni fondamentali: quale ruolo ha la forma? Cos’è e quale è la sostanza? Si tratta di antichi quesiti che la
ragione si pone e che la filosofia affronta. A questi interrogativi Bellettini risponde con forme di rara eleganza, perfette,
praticamente assolute: forme ineccepibili e levigate, nelle quali affiorano — soprattutto nelle composizioni in legno — momenti di Nazario Boschini La materia diventa emblema di tensione spirituale, di energia che conquista spazio e luce e si raffina fino a perdere peso e qualsiasi implicazione sensoriale. Giorgio Segato
Giorgio Segato (...) È, quindi, la ricerca di forme quasi primigenie che
vengono espresse, in un rapporto edenico, con gioia impetuosa e semplice. In queste immagini tramate di cose concrete, ma colte
in uno stato di verginità poetica assoluta, si avverte già la concezione dell’artista di vedere il mondo delle cose e dell’uomo
non come scenario da descrivere ma, piuttosto, come un misterioso codice di simboli da penetrare e decifrare. E la scultura
si rivela strumento idoneo a farne affiorare il senso più riposto e di ricondurre tutto ad armonia che, purtroppo, l’uomo
corrompe e distrugge. Michele Fuoco |
Giovanni Bellettini - Via Andreini, 9b - Imola (Bologna) - telefono 0542.31145 - cell. 340.2243355